PASQUA una festa molto sentita in Calabria e celebrata con riti che risalgono alla Magna Graecia.
Sacro e profano nei riti pasquali della Calabria
di Pina Majone Mauro
La festività della Pasqua è molto sentita in Calabria, forse perché coincide con il ritorno della primavera che qui si accende di colori e profumi evocanti antiche stagioni e antichi miti, a cui la memoria ritorna d’istinto, come calamitata dalla bellezza dei luoghi, non cancellati ma ingentiliti dalla leggenda.
A tutto ciò s’intreccia la storia del Cristo, alla sua passione alla sua crocifissa innocenza, a tutto ciò, insomma, che ruota attorno alla sua morte. Il contrasto tra la primavera, che è gioia di vita, e il dolore della Croce, che è tristezza e morte, ha da millenni suggerito ai calabresi rituali di sangue e di pianto spettacolarizzati, che scaturiscono da una grande esigenza di catarsi e di perdono.
Alcuni segni vengono addirittura dall’antica storia della Magna Graecia, come il colore bianco di certe tuniche nelle processioni del Venerdì Santo, che era il colore del lutto nell’antichità ellenica. Le città greche d’occidente ereditarono la religione della patria d’origine e certi culti della vita e della morte, per alcuni aspetti, ancora sopravvivono in Calabria. Basta pensare che, come in tutta la Grecia, anche a Locri Epizefiri veniva praticato il culto di Adone, il bellissimo giovinetto amato da Venere, la quale, quando egli muore ucciso da un cinghiale, unge di ambrosia il suo corpo e intona il suo celebre lamento: <<Oo Tòn Adonin>>.
Questa leggenda, a cui si ispirano le “Adonie”, la festa a cui tutte le donne locresi partecipavano per compiangere la morte del bellissimo giovane e il suo ritorno sulla terra al tempo della mietitura, ci fa pensare alla vittoria del Cristo sulla morte che ogni anno solennemente si festeggia nel sacro rituale della Pasqua Cristiana.
Nella Locride il rito consisteva nel portare in processione in riva al mare un’immagine del divino giovinetto, intonando lamenti e offrendo unguenti odorosi in un rituale che ricorda il pianto delle Marie sul corpo di Cristo e le cure pietose che esse ebbero del corpo del Maestro.
Questo a conferma di quanto di pagano sia rimasto nella tradizione religiosa cristiana, che nei giorni della Passione di Gesù si esprime in processioni e pianti e doni offerti come sacrificio e dolore.
Un’ulteriore conferma ci viene dai “Giardini di Adone” (Adònidos Kēpoi) che le donne locresi allestivano offrendo dei vasi in cui avevano seminato e coltivato, per alcuni mesi al buio, semi di grano o di altri cereali, che, proprio per mancanza di luce, producevano un’erba leggiadra e sottile di un giallo pallidissimo, un non-colore, quasi a simboleggiare il non-definibile, il non-reale della morte che è appunto assenza di luce. Si tratta di un’usanza ancora presente in alcune regioni del Sud, e particolarmente in Calabria, nell’ambito delle celebrazioni pasquali, soprattutto quelle del giovedì Santo, quando in tutte le chiese si allestisce un “giardino” funebre, a cui le donne contribuiscono offrendo alla Passione di Cristo la pallida erba della morte
30.04.2005 Pina Majone Mauro